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Andrea Vitali
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Uno dei più conosciuti romanzieri italiani. È medico a Bellano, sul lago di Como. Il suo ultimo romanzo è La mamma del sole
Andrea Vitali
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La sera del 20 settembre 1905 il consiglio comunale di Bellano si riunì in seduta straordinaria. In tutta Italia era più che mai viva l'emozione per il terremoto che l'8 settembre aveva colpito le popolazioni della Calabria. Dappertutto erano sorti centri per la raccolta di aiuti. L'onda della solidarietà non aveva risparmiato il lago di Como. Alcuni comuni, a una sola settimana dal sisma, avevano già effettuato spedizioni per ferrovia. Al momento della tragedia il primo cittadino bellanese, Tranquillo Pensa, era assente, trovandosi in Trentino a passare un periodo di vacanza. L'amministrazione comunale era rimasta a guardare e solo dopo il rientro del Pensa s'era decisa a scendere in campo. Per la difesa del prestigio del paese il Pensa aveva pensato che non ci si potesse accodare alle decisioni altrui. Bisognava fare qualcosa di più. La sera del 20 settembre, presenti tutti i consiglieri e molto popolo, il Pensa annunciò la clamorosa iniziativa: offrire ospitalità a una delle tante famiglie calabresi che il terremoto aveva privato della casa.
A pochi mesi dal memorabile consiglio, pochi ricordavano il solenne impegno preso dall'amministrazione. L'offerta sembrava essersi persa nei meandri della Regia Prefettura. Al Pensa di tanto in tanto tornava in mente ma altri pensieri la ricacciavano. L'amministrazione da lui guidata era ormai in scadenza, incombevano le elezioni, fissate per l'aprile del 1906. La marcia di avvicinamento alla tornata elettorale si era fatta ad ostacoli quando, verso metà febbraio, le operaie dell'opificio Gavazzi avevano proclamato uno sciopero, reclamando riduzione dell'orario di lavoro e aumento di paga. Il paese s'era spaccato in favorevoli e contrari e la lista contraria a quella del sindaco uscente s'era impadronita dell'argomento, usandolo come principale arma di propaganda, attirando numerosi consensi. Era stato in quel clima polemico, ai primi di marzo del 1906, che la Regia Prefettura di Como, tramite telegramma, aveva comunicato che una famiglia di sfollati calabresi stava per giungere a Bellano, a evasione dell'offerta ospitalità. Il sindaco Pensa aveva messo a parte della notizia solo i suoi più stretti collaboratori, certo di avere tra le mani un fenomenale elemento di propaganda. Si impegnò personalmente a trovare un alloggio per gli sfollati, un lavoro per il capofamiglia, muratore alle dipendenze dell'impresa edile Cerevelli. Tra sé temeva che tutto ciò non sarebbe bastato a fare di quei disgraziati cittadini pari agli altri. Si negava alle risposte, però, ai dubbi. Ci avrebbe pensato quando sarebbe stato riconfermato sindaco. In caso contrario non sarebbe stato affar suo. Per intanto si limitava a organizzare per bene l'accoglienza, creare attesa, far circolare il concetto che la sua amministrazione manteneva sempre le promesse fatte.
Il sindaco Pensa aveva prefigurato il giorno dell'arrivo degli sfollati come un solare momento di propaganda. La famiglia Calabrò, Ciriaco, Onorata e la figlia Elena di cinque anni, giunse a Bellano la mattina del 13 marzo 1906, alle undici. In battello, proveniente da Como. Sin dalle dieci una folla di curiosi e sostenitori del Pensa si era affollata nell'area del molo. Di oppositori pochi, confusi tra la gente. Il sindaco Pensa coi fedelissimi era arrivato alle undici meno un quarto, quando il battello non era che un puntino sulla piatta superficie del lago. Man mano che si avvicinava la curiosità dei presenti era andata aumentando. Quand'era stato abbastanza vicino, il Pensa s'era fatto largo, portato all'estremità della passerella e sollevato un braccio in un gesto di saluto. Dal battello era salito un colpo di sirena per tutta risposta.
Fu il Pensa a vedere per primo i tre profughi e sbiancò. Il Calabrò era piccolo, tozzo, magro e nero come il carbone. La donna era ancora più piccola di lui. La figlia era smorta e tremava per il freddo. Lanciata la passerella il Pensa salì a bordo. Il comandante si frappose tra lui e i tre. Aveva cose da dire. Innanzitutto che non c'era stato verso di convincerli a entrare, quindi avevano fatto tutto il viaggio esposti all'aria. In secondo luogo gli parve giusto avvisare il sindaco che i tre non capivano niente. Nel senso che non parlavano italiano, solo dialetto, il loro, incomprensibile. Per il Pensa era stata una mazzata.
Come poteva farsi bello con quei tre reietti che nemmeno parlavano italiano, che sembravano spauriti, scappati da una caverna, braccati?
S'era guardato in giro. Pure la gente lì intorno s'era zittita. Aveva chiamato a sé il segretario comunale.
Niente festa, aveva detto.
"Li accompagniamo al loro alloggio e poi mettiamo in giro la voce che il lungo viaggio li ha sfiancati".
La risposta che il sindaco Pensa cercava circa il destino futuro della famiglia Calabrò arrivò in due tempi. Le urne, dapprima, dalle quali il Pensa uscì trombato e secondo lui autorizzato a disinteressarsi della questione. In un secondo tempo fu lo stesso sfollato a completarla. L'impresario Cerevelli infatti l'aveva destinato a rinforzare la manodopera che lavorava al rinforzo degli argini del fiume Pioverna. Mettendolo agli ordini del capomastro Amilcare Manzi. Uomo di eccezionale grettezza, grande e grosso, bevitore e mangiatore eccezionale, analfabeta, bestemmiatore e manesco, il Manzi, sin dal primo giorno, appioppò al Calabrò il soprannome di Nègher. Pretendeva che anche gli altri muratori lo chiamassero così e gli assegnava i lavori più ingrati, faticosi e umilianti. Una bella mattina, non sapendo cosa inventarsi, il Manzi gli ordinò di andargli a prendere un mezzo toscano. Senza ribattere il calabrese si avviò per compiere la commissione ma una volta consegnato il sigaro dovette subire nuove ingiurie: gridando, il capomastro protestò che gli aveva ordinato di acquistare un toscano duro, non molle come quello che gli aveva portato, moscio... e a quel punto s'era lasciato andare a insulti contro tutti gli antenati del calabrese. Non contento, il Manzi si avvicinò al cumulo di malta che il Calabrò aveva ricominciato a impastare, la saggiò con la punta di una cazzuola e giudicandola troppo dura ne approfittò per ricoprirlo di nuovi insulti, ingiungendogli di assaggiarla.
Sul cantiere era nel frattempo calato il silenzio.
"Ho detto di assaggiarla", ribadì il capomastro.
Fu a quel punto che il miracolo dell'integrazione dei Calabrò col resto del paese si compì. Lo sfollato infatti arrivava appena poco sopra l'ombelico. Grazie alla differenza gli riuscì facile menare un violento calcio che colpì il Manzi nelle parti intime. Il capomastro colpito si chinò in avanti, mollando la cazzuola che, sveltamente raccolta e manovrata dal Calabrò, si appiattì sulla sua faccia. Due colpi sulle orecchie e uno sul pomo d'Adamo costrinsero il Manzi ad affondare la faccia nella terra. Un definitivo calcio nel deretano lo stese del tutto.
Come se nulla fosse successo, il Calabrò riprese il lavoro, lasciando da parte la malta però e mettendosi, i disegni sotto gli occhi, al posto del capomastro.
L'impresario Cerevelli, avvisato dell'accaduto, stava giungendo sul posto e, com'è ovvio, non poteva ancora sapere di essersi tolto finalmente dai piedi l'ingombrante Manzi guadagnando nel contempo un nuovo capomastro coi fiocchi.
17-04-2011 01:00