Chi è
Editorialista del quotidiano Libero e opinionista per il gruppo Mediaset
Filippo Facci
Senatùr
C’è un uomo che questo settembre compierà settant’anni e che nel 2004 è stato colpito da un ictus di quelli brutti, quindi ogni giorno ha poche ore di autonomia perché insomma è vecchio, fa fatica. Di recente è scivolato nella sua casa di Gemonio, vicino a Varese, e si è fratturato un gomito: voleva solo prendere un sigaro, ha detto. Fine delle grandi dietrologie su Umberto Bossi, il mitico leader della Lega Nord, l’assertore del federalismo: il suo è essenzialmente un problema di età, punto. Non conta che la Lega sia la più vecchia formazione presente in Parlamento, che dapprima sia stata derisa ma poi abbia anticipato temi che oggi riempiono l’agenda politica, che abbia un ineguagliabile - si dice sempre - radicamento sul territorio, come un tempo l’avevano solo i comunisti; non conta che da fenomeno di folclore sia progressivamente diventata l’ago della bilancia, pur preferendo la franchezza dell’invettiva all’astrattezza bizantina del politichese all’italiana, quello che, visto dall’estero, fa sempre venir voglia di cambiare canale.
Conta che Bossi e la sua cerchia sono uomini, bene o male, e le idee restano mentre gli uomini passano. Appartiene agli uomini la "pancia", l'umore, l'impulsività, la vicinanza alla gente della fantomatica Padania (un'invenzione politica che somma le regioni del Nord Italia, ma che geograficamente e storicamente non esiste) e ancora sono terribilmente umane tutte le altre invenzioni, dal "Dio Po" al Parlamento del Nord, dal "sacro prato di Pontida" (una cittadina in provincia di Bergamo in cui, nel 1167, fu fondata la prima Lega Lombarda) sino alla camicie verdi e insomma tutta l'iconografia e la paccottiglia leghista, tutta roba che, diversamente dalle idee, sta passando e sta invecchiando come Bossi. Ma le idee no, non invecchiano, e le altre forze politiche, su questo, sbaglierebbero a farsi troppe illusioni. Lo sa bene Silvio Berlusconi, un nordico che con Bossi mantiene e manterrà un rapporto di grande lealtà: sa bene, il Cavaliere, che la Lega in un modo o nell'altro ha buttato giù un Paese a cavallo degli anni Novanta e l'ha spinto a forza verso una trasformazione enigmatica e senza ritorno; Bossi ha raccolto un furore "di popolo" storicamente radicato - quello sì - e ha messo al centro del dibattito l'autonomia, il liberismo, il mitico "federalismo", il lavoro e l'orgoglio di un ceto produttivo fatto di artigiani, operai e piccoli imprenditori. Da un lato c'è un Nord orgoglioso, dall'altro "Roma ladrona" con le sue pastoie burocratiche, lo statalismo sprecone, le tasse strapagate per mantenere un Sud sprecone e parassita. E si può metterla come si vuole, ma la Lega ha sempre avuto una forza: quella di avere ragione. Il resto è dipeso da quanto gli altri fossero disposti a dargliela. Ma la verità è che nessuna delle spinte che hanno fatto nascere il leghismo, in Italia e anche fuori, è venuta meno: quindi se ne importa che un ministro della Repubblica, Bossi, si rivolga al mondo con pernacchie, "celodurismi" ormai improbabili, "vaffanculo", "nano di merda", gesti patetici e tutto l'armamentario che sappiamo. Quella è roba buona per giornali e telegiornali che ancora fingono di stupirsi. La sostanza è che il leghismo c'è e rimarrà. Quelli che aspettano la sua frantumazione, negli ultimi vent'anni, hanno visto frantumarsi tutti i partiti storici del Dopoguerra.
Anche se va detto che, negli stessi ultimi vent'anni, la Lega non ha ottenuto quasi un tubo di niente: perlomeno a livello nazionale. Al Nord c'è un tessuto di comuni e province ben amministrate da tanta "brava gente": ma non è che prima fossero proprio tutti dei ladri. E intanto certi sprechi, come le false pensioni d'invalidità o i privilegi delle varie "caste", quelle politiche e para-statali, negli ultimi anni sono solo aumentati. Il mitico federalismo, soprattutto quello fiscale, ai più sembra una lunghissima marcia diluita negli anni e per ora intangibile, indefinita, questo mentre la crisi economica viceversa galoppa molto più in fretta. E' qui che va in scena il crepuscolo della Lega, o meglio, quello dei suoi uomini. È qui, cioè, che tutto pare improvvisamente invecchiato come Bossi. L'Italia vive uno dei periodi più neri dal Dopoguerra, e c'è poco da fare turpiloquio, da alzare il dito medio, da insultare a destra e a sinistra come il "senatùr" sta facendo quasi tutti i giorni: perché l'esasperazione dello stile leghista s'infrange sul dramma dei soldi che non ci sono. Il celebre popolo si è incazzato e Bossi è costretto a correre ai ripari, peraltro non riuscendoci: i sondaggi lo danno in rapida discesa. La Lega, alle scorse elezioni amministrative, ha perso Milano e addirittura Gallarate, terra leghista che più non si può. L'ondivaga politica del segretario, sempre attenta agli interessi di giornata e nulla più, ora pare soltanto una bussola impazzita. Le voci che parlano di una prossima successione non sono una cosa seria: c'è una cerchia di fedelissimi che gli sta vicino, ma nessuno lo tradirà mai, anche perché non verrebbe perdonato dallo zoccolo durissimo di leghisti - circa il 4 per cento - che non abbandonerebbe Bossi neppure se predicasse il nazismo. Ma tutti gli altri elettori - in attesa di sapere se il nuovo segretario, un giorno, si chiamerà Roberto Maroni o Roberto Calderoli - intanto aspettavano il federalismo e si sono ritrovati una gragnuola di tasse come mai prima. Ecco spiegato perché la Lega, di colpo, si è messa a difendere le pensioni d'anzianità: molti operai e pensionati, ex comunisti, negli ultimi anni sono passati alla Lega. Ecco spiegato perché la stessa Lega, pure, si affanna per impedire la soppressione delle province e dei piccoli comuni: perché sono autentici serbatoi di voti regolarmente elargiti dalla brava gente padana. Ecco spiegato perché la Lega è in affanno, dunque: perché le cose nel Paese vanno male, ma al governo in definitiva ci sono loro. Sono passati vent'anni e, increduli, si ritrovano dall'altra parte della vetrina.
18-09-2011 01:00