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Sociologo, saggista e docente di sociologia, autore di numerosi saggi sull'evoluzione del mercato del lavoro
Luciano Gallino
Il lavoro ridotto
a “social killer”

Definire il lavoro un social killer, come ha fatto un giornalista d’assalto, Marc Ames nel suo rapporto sulle drammatiche azioni dei dipendenti che perdono la testa perché sfiniti dallo sfruttamento o dalla paura di venire licenziati, può sembrare eccessivo.

Ma il 1° maggio dovrebbe anche servire a ricordare che molto più spesso di quanto non si dica di lavoro si muore. E non per fatalità, ma perché le condizioni in cui lavorano milioni di persone in Europa e nel mondo le espongono a rischi letali per incidenti, malattie correlate al lavoro, o crollo psicofisico quando gli oneri personali che il lavoro impone appaiono insostenibili.

Qualche dato per memoria? Secondo le stime dell’International Labour Office di Ginevra, ogni anno muoiono a causa di incidenti sul lavoro circa 400mila persone. Cifra spaventosa. La quale viene però superata di ben quattro volte da quella che riguarda le morti correlate al lavoro, che sono valutate in 1,7 milioni. Il totale dei decessi tocca quindi 2,1 milioni. Tra le morti “correlate al lavoro” si collocano in primo piano quelle derivanti dall’esposizione continuativa a sostanze nocive, stimate in 420mila l’anno, di cui 100mila sono quelle imputabili all’amianto. Proprio in queste settimane si sta svolgendo a Torino un processo dove l’accusa sostiene che una fabbrica di Casale, la Eternit, avrebbe provocato col tempo il decesso di tremila lavoratori ch’erano addetti alla lavorazione di prodotti amiantiferi senza alcuna protezione.

Un altro modo per morire di lavoro sono i suicidi. Nei nostri Paesi hanno destato giustamente impressione diffusa i suicidi in poco più di un anno di 16-18 tecnici e quadri di Telecom France, mentre un numero pressoché uguale di piccoli imprenditori si è tolto la vita, nello stesso periodo, nel solo Veneto. Determinante nel primo caso pare sia stato lo stress dovuto ai ritmi di lavoro e al carico di responsabilità; nel caso veneto sono invece quasi tutti imprenditori di cui la crisi ha spezzato il sogno di emancipazione di una vita. Bisogna guardare a queste vittime del lavoro con la pietà e il dolente rispetto che meritano; senza però dimenticare che in India, ad esempio, i suicidi di contadini che si tolgono la vita perché schiacciati dai debiti, dal crollo dei prezzi dei loro prodotti da cui noi siamo avvantaggiati, dagli espropri delle loro terre cui partecipano sia le corporation americane ed europee sia il governo indiano, ammontano a parecchie centinaia l’anno.

Simili cifre dovrebbero bastare per impegnare i nostri governi, i sindacati, le imprese, le comunità locali, a celebrare il 1° maggio come il giorno in cui si dovrebbe  registrare ogni anno, grazie alle azioni intraprese, il progressivo declino del lavoro come social killer.

02-05-2010 00:00