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16.02.2012
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Luigi Bonanate
Chi è
Luigi Bonanate è saggista, docente di scienze politiche all'università di Torino, esperto in relazioni internazionali.
Luigi Bonanate
Un coacervo di stati
nemici di sé stessi
La notte dell'8 dicembre 2011 resterà certamente negli annali dell'Unione europea... a patto che l'Ue resti in vita! Le misure prese per fermare i sussulti di un mercato finanziario internazionale, preda della speculazione di sofisticatissimi investitori dislocati in giro per il pianeta (tanto che, oggi come oggi, nessuno riesce più a capire chi sia il manovratore: a chi reggono il gioco le agenzie di rating?) stanno rischiando di provocare un crollo politico. Mentre 200 miliardi di euro stanno viaggiando su e giù attraverso l'Atlantico tra la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, e non riescono a fermarsi nelle banche degli Stati più in difficoltà, l'accordo tra i 27 comincia a sfrangiarsi. In questa situazione, il rifiuto di collaborare da parte della Gran Bretagna - che non è mai entrata nell'euro - causa ora per la prima volta la concretizzazione di un'Europa a due velocità, dovuta non solo alla diversa solidità finanziaria e produttiva dei membri dell'Unione, ma anche alle scelte politiche. La Francia dissente dalla Germania, tutte e due insieme dissentono dalla Gran Bretagna e dall'Ungheria, l'Italia è sorvegliata speciale, Svezia e Repubblica ceca non sanno che pesci pigliare; se il gruppo si disgrega...
I padri dello spirito europeistico avevano fatto ricorso all'economia per risolvere le crisi politiche e alla politica per contrastare le difficoltà economiche. O meglio: avevano creduto che lo sviluppo economico europeo fosse l'obiettivo della politica e che dunque, lavorando sull'economia, si sarebbe fatto politica. La politica, in cambio, avrebbe consolidato lo spirito unionistico e irrobustito le istituzioni comuni. Alla fine di questo processo virtuoso, avremmo dovuto scoprire un'Europa unita, grande soggetto politico, potenza finanziaria e industriale, capace di offrire alla società internazionale importanti elementi di solidità.
Il momento di questa grandiosa trasformazione del mondo era stato la fine del bipolarismo. Con il crollo del blocco socialista il mondo entrava in una nuova fase di libertà e di libera concorrenza. Finite le gerarchie ideologiche, lo spazio per un nuovo grande soggetto internazionale appariva sconfinato. Si incominciò a parlare di "revisione dei trattati" (come oggi), e si arrivò alla grande svolta di Maastricht e al progetto di Costituzione unitaria che, senza sconvolgere l'Europa degli scambi, doveva trasformare un'associazione in un solo grande sistema politico omogeneo e unificato. Non dotandosi di strumenti di forza militare - non per debolezza, ma per assenza di interesse in una politica espansionistica - l'Unione europea (questo il nuovo simbolico nome che la Comunità europea si diede nel 1991) si apprestava a diventare il solo grande organismo sovrastatale e fin quasi federale al mondo in grado di assurgere ai massimi livelli di socievolezza, ricchezza, benessere, benevolenza nei confronti del resto del mondo. Tutti questi pregi derivavano dall'"eccezione" europea: non avere una politica estera specifica e orientata a questo o quell'obbiettivo. Una volta unificata e pacificata al suo interno, l'Ue poteva offrire all'intero mondo la sua disponibilità a svolgere ruoli di intermediazione, pacificazione, collaborazione e sostegno: a tutti! L'Ue non aveva né avrebbe mai avuto nemici.
Paradossalmente invece oggi l'Ue si ritrova nemica di sè stessa, incapace di rimettere la politica al suo posto, che non è quello di tagliare le unghie agli speculatori internazionali, ma di mantenere la coesione tra i suoi membri. Uniti sono una grande realtà, disuniti si sfrangiano in un coacervo di Stati che hanno perso l'orientamento. È questo che oggi va ritrovato. La struttura politica del mondo è cambiata; o meglio, è nuova, e non l'abbiamo ancora compresa appieno. Ci aspetta ora un grandioso compito; ma per assolverlo tutti devono mantenere  lo stesso passo. Davvero i più forti devono trainare i più deboli. Prima o poi restituiranno il favore. Altrimenti, l'Europa dei 27 sarebbe finita.
11-12-2011 01:00