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Chi è
Massimo Picozzi, è criminologo e autore di numerosi libri sui più importanti fatti di sangue
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La sua rabbia
senza parole
Fosse stato un giallo, uno di quelli col lieto fine come li scriveva Agatha Christie, verrebbe da credere che a Livia e Alessia non è successo niente di male; che c'è qualcuno, magari una donna, alla quale sono state affidate prima che il loro padre decidesse di morire. Ma purtroppo per le gemelline la sorte sembra essere stata ben diversa.
E la chiave di tutta la storia non c'è più, disintegrata dall'impatto con il locomotore di un treno. Poco sappiamo di Matthias Schepp, un uomo che ha scelto di togliersi la vita, senza lasciarsi alle spalle una vera spiegazione della sua scelta, nelle forme di una lettera, un biglietto d'addio, una registrazione.
O almeno, sino ad ora, non se n'è trovata traccia. E purtroppo poco sappiamo con certezza delle sue figlie di appena sei anni. C'è solo un laconico e agghiacciante messaggio: "Le ho uccise. Ora riposano in pace. Non hanno sofferto", ha scritto.
In assenza di riscontri importanti, vale a dire il ritrovamento del corpo delle bimbe, possiamo solo cercare di ricostruire il suo profilo, partendo dalle poche notizie che abbiamo.
Matthias era un uomo di buona cultura, sposato a una donna, Irina, "colpevole" di avere raggiunto traguardi professionali superiori ai suoi. Difficile che questa sia stata la sola ragione che ha portato alla fine del loro matrimonio, ma certo rancori, invidie e rivalse sui reciproci ruoli hanno giocato una parte significativa. Un problema, quello di avere una compagna di successo, comune a tutte le classi, perchè ancora oggi siamo lontani da una parità tra sessi che non sia solo sociale, ma piuttosto culturale.
In ogni caso Matthias non ha accettato la separazione, per lui ha significato il fallimento, la perdita di senso e di prospettive per un futuro. Nell'abitazione dove viveva hanno ritrovato un testamento, con dentro la sua volontà di lasciare tutto a moglie e figlie, ma anche dei passaggi in cui si può leggere l'intenzione di morire. Capita che un genitore disperato allarghi la sua distruttività a chi gli sta accanto, alla moglie, ai figli, e le cronache purtroppo ce lo raccontano con troppa frequenza.
Si chiama suicidio allargato, e le dinamiche sono principalmente due: la prima vede chi uccide, per poi morire, in preda  ad una profonda depressione. Non c'è speranza, non c'è futuro. Per nessuno. La morte è un sollievo, ma lo sarà anche per chi gli è accanto, cui verranno risparmiate altre sofferenze. Un atteggiamento inaccettabile, ma comprensibile se si pensa che chi lo sostiene è un malato grave. Poi c'è la seconda situazione, quella in cui la mano è armata dalla rabbia, dal desiderio di vendicarsi di un torto. In questo caso, chi ci va di mezzo viene "punito", non "salvato". Una variante è nella sindrome di Medea, dal mito greco in cui la protagonista della storia finisce per sopprimere i suoi figli per fare un torto al compagno, Giasone, da cui li aveva avuti.
Non ci sono abbastanza elementi per dire che Matthias rientri con certezza in quest'ultima categoria, ma certo la sua rabbia nei confronti dell' ex moglie dev'essere stata tantissima. Lo rivelano le tante lettere, piene di soldi ma senza una parola, una specie di ultimo affronto. Lo rivela l'aver gettato tutti nell'ansia di scoprire cosa sia accaduto a Livia e Alessia, perchè qualunque cosa sia loro accaduta, ne resteranno per sempre segnate. Ed esporre due piccole a un trauma tanto grave significa prima di tutto trasformarle in oggetto.
Sul percorso dell'uomo, prima di arrivare a uccidersi in Puglia, non sarà semplice capire. Le tappe potrebbero essere state tutte pianificate, oppure di volta involta scelte perchè emotivamente significative. I luoghi carichi di ricordo non sempre sono oggetto di racconto e conversazione con gli altri.
Come sempre, in casi simili, resta un grande rimpianto: Svizzera, Italia o Stati Uniti, la tempestività nell'avviare le ricerche è fondamentale. Pochi giorni di ritardo fanno sempre la differenza.
13-02-2011 01:00