Cultura
Se la transessualità
suscita dubbi etici
EZIO ROCCHI BALBI
Non è certo bastata la decisione della Corte suprema del canton Zurigo quando, nel marzo scorso, ha autorizzato un cambio di stato civile senza l'intervento chirurgico che modifica, definitivamente, il sesso del cittadino. E non basterà certo il caso della giovane trasgender ticinese Andrea Rosamilia, raccontato dal Caffè, a far aprire gli occhi su quella parte delle popolazione che può annoverarsi nel termine "trans", quel terzo sesso che rappresenta tutta la diversità trans-genere, da quella trans-sessuale a quella trans-identitaria. Ma soprattutto comprende tutti coloro che non possono identificarsi al genere sessuale attribuito loro, per "natura" alla nascita.
Un terzo sesso che comunque mette in difficoltà radicati convincimenti morali, etici e - in una parola - sociali. Un "genere" che si tende, per convenienza e convenzione, a considerare invisibile, al punto da mettere in difficoltà una loro comprensione anche in termini confessionali, religiosi. "Non saprei per quanto riguarda tutte le religioni, ma per il cristianesimo la figura del trangender è perfettamente riconosciuta - commenta Markus Krienke, docente di dottrina sociale alla facoltà di Teologia all' Usi di Lugano -. Occorre però fare una distinzione tra livello individuale e livello sociale. C'è un riconoscimento della persona a livello sociale, perchè come tutte le persone merita rispetto e non vengono accettate nè forme di pregiudizio, nè discriminazioni. Secondo la dottrina morale della Chiesa la creazione biologica è uomo o donna; e la Chiesa è molto chiara nel prevedere matrimonio e atto sessuale che si consumi all'interno dello stesso. Ma non vorrei inglobare il discorso con quello dell'omosessualità, anche se conferire uno 'status' a quello che definite terzo sesso mi sembra sia un problema anche per lo Stato".
Un problema, invece, che non sembra suscitare eccessive interpretazioni d'ordine etico e morale all'interno del variegato mondo del protestantesimo. "Non è mai stato considerato un argomento e non c'è mai stato nessun pronunciamento, nessun sinodo che abbia affrontato il tema transgender - premette il teologo evangelico Paolo Tognina -. È cosa comunque diversa dall'omosessualità, anche se si tratta di un altro paio di maniche, argomento tuttora in fase di aperto dibattito e che comunque non ha impedito di accedere al ministero ecclesiale persone dichiaratamente omosessuali. Ma le valutazioni sono varie tra le varie forme di protestantesimo. Più delicato, invece, il tema dell'unione, anche se nel caso dei transessuali non vedo onestamente dove sia il problema; oltre al tormento fisico che subiscono penso che la cura dell'anima non possa essere assolutamente negata. Se il trangender chiarisce la propria identità rientra perfettamente nel ruolo uomo-donna che anche a livello civile, in Svizzera, viene riconosciuto. Unione compresa". Forse non è facile dimostrare che la diversità è una ricchezza per la società, ma certo la discriminazione - indipendentemente dalla categoria di persone colpita - ne è un impoverimento. E non è un bel segnale che, accanto all'omofobia, sia già sorto il termine "transfobia" per definire la reazione di paura, disgusto nei confronti delle persone la cui identità non corrisponde alle rigide aspettative della nostra società.erocchi@caffe.ch
29-01-2012 01:00