La pedofilia tra sacramenti e giustizia penale
Il confessionale
violato
EZIO ROCCHI BALBI
Quello delle molestie e violenze su minori è già un tema difficile, ma quando l'argomento coinvolge uomini di Chiesa investe etica, morale, diritto canonico e segreto ecclesiastico fino a mettere in dubbio la sacralità della confessione. Non c'è da stupirsi, quindi, se l'iniziativa parlamentare del consigliere nazionale Carlo Sommaruga - che chiedeva l'abolizione, nel codice penale, del segreto ecclesiastico nei casi di pedofilia - ha impiegato tre anni ad arrivare in discussione alla Commissione degli affari giuridici.
Una proposta che, dopo il "mea culpa" del 2010 della Conferenza episcopale svizzera, sembrava superata dalle nuove "linee guida" imposte dalla Ces ai titolari di uffici ecclesiastici, ma che - secondo teologi, docenti di etica e diritto canonico interpellati dal Caffè - suscita comunque discussione e contestazione. "Non entro nel merito delle questioni di diritto, ma non penso che l'eliminazione del segreto ecclesiastico, finora assimilato a quello professionale, serva almeno come deterrente - commenta Alberto Bondolfi, docente di etica all'università di Zurigo e Losanna -. Da un punto di vista etico, invece, se un pedofilo confessa i suoi rapporti a un sacerdote, che sia in confessionale o meno, quest'ultimo deve essere tassativo nel ricordare che non esiste perdono, e che il passo necessario è l'autodenuncia". Un messaggio, questo, che secondo la Conferenza episcopale sarebbe già ben recepito, visto che l'ultima statistica della specifica commissione su "L'abuso sessuale nel contesto della pastorale" ha ammesso in Svizzera 146 casi di abusi da parte di 125 persone negli ultimi sessant'anni. Di parere contrario, invece, Adrian Loretan, esperto di diritto canonico e docente alla facoltà di Teologia dell'università di Lucerna. "La sensazione è che ci sia troppa attenzione per l'autore del reato e poca per la vittima, ma in ogni caso il diritto canonico dovrebbe essere più chiaro e deciso nei confronti della pedofilia - precisa il canonista lucernese -. A differenza della Francia e i Paesi anglosassoni, dove il clero è legalmente obbligato a segnalare alle autorità gli abusi sessuali su minori, in Svizzera non è obbligatorio anche quando si è a conoscenza i reati rilevanti. A mio parere, come recita il diritto canonico, il segreto ha motivo assoluto nella confessione, anzi è sacramentale, ma quello ecclesiastico deve piegarsi al diritto dello Stato".
Un'opinione rafforzata dal teologo Vito Mancuso, poco convinto dalle "linee guida" diramate dalla Conferenza episcopale, che hanno ampi margini di ambiguità. Soprattutto nel punto in cui recitano: "Si chiede all'autore (di abusi su minori, ndr), se le circostanze lo richiedono, di autodenunciarsi e ai titolari di ufficio ecclesiastico di denunciare agli organi di polizia in caso di fondato sospetto, a meno che la vittima si opponga". "Il segreto ecclesiastico non ha motivo d'esistere, ma non è neanche molto sensato questo cambiamento della legge - spiega l'autore di "Io e Dio" -. Non deve essere svilito il ruolo della confessione, il suo alto valore di zona franca della coscienza, ma un sacerdote quando viene a conscenza di crimini immondi come quelli legati alla pedofilia deve vincolare l'assoluzione del penitente alla possibilità di divulgazione del fatto, l'autodenuncia. La Chiesa ha manifestato una grande paura su questo tema, mentre la ricerca dev'essere sempre quella del bene maggiore; meglio tutelare la comunità o un singolo?".
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05-02-2012 01:00