Uno psichiatra e un criminologo analizzano il delitto di Massagno
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"Ma quello che uccide
non può essere amore"
MAURO SPIGNESI


"L'amore, quello vero, quello che stringe lo stomaco e ti fa stare bene con l'altra persona, non uccide. Se si uccide, evidentemente, non c'era amore. C'era qualcosa d'altro, altrimenti non prevarrebbe il senso distruttivo che devasta tutto, che rende le persone incontrollabili". Il professor Francesco Bruno, psichiatra forense all'Università la Sapienza di Roma, prova a spiegare il recente delitto con suicidio di Massagno, filtrandolo attraverso altri tragici casi riportati dalla letteratura scientifica. O dalla cronaca. Come quello di un vigilante che agli inizi del mese a Parma ha sparato ammazzando la donna che amava e poi s'è puntato la pistola alla tempia. O quella, tristissima e recente, dell'elettricista frontaliere di Desio che ha ucciso e si è ucciso. "Quando si commette qualcosa procurando male alla persona che si ama, che si non si vuol perdere, scatta sempre una sorta di autopunizione, di espiazione immediata della pena", spiega il professor Gaetano Pascale, direttore del Dipartimento di criminologia della Swiss school of management, con sede a Zurigo. "Il suicidio -  nota Bruno - dopo aver commesso un omicidio è tipico dell'uomo, che si arma per colpire chi gli è più caro, perché non concepisce l'idea di lasciare qualcosa di importante di sé. È una sorta di suicidio allargato, di condanna a morte collettiva. Ma quasi sempre questi delitti hanno una base depressiva".
Nella letteratura scientifica il delitto seguito da suicidio è più frequente durante le guerre o comunque in situazioni storicamente drammatiche. Spiega ancora il professor Bruno: "Ci sono stati casi di persone che hanno lasciato lettere, precisando: l'ho uccisa perché senza di me sarebbe stata sola in questa vita difficile. Il problema sta nella ragione, quando la perdiamo, quando non riusciamo più a ragionare lucidamente, ci facciamo una idea di noi che non corrisponde alla realtà".
È il caso di Massagno? Quarant'anni lei, sei di più lui. Entrambi divorziati, entrambi di origine croata, entrambi alla ricerca di un lavoro. I protagonisti del dramma di via Nosedo, erano - come accade spesso - apparentemente  persone normali. Poi lei  pare abbia conosciuto un uomo su Facebook, statisticamente la trappola di tante coppie, l'ha visto durante una vacanza in Croazia,  e il rapporto con il suo compagno s'è rapidamente sfilacciato. Lei gli avrebbe  pure detto che lo voleva lasciare. E domenica scorsa lui è andato nella palazzina di via Nosedo ed è scattato il raptus. "Come si spiega? Bisogna tenere conto degli spaccati individuali, si parte sempre da lì", aggiunge Pascale.  Davanti a un abbandono, al senso di precarietà, lo scenario esistenziale cambia rapidamente. Chi viene lasciato deve ricominciare e non sempre trova la forza, le energie, la convinzioni per farlo.
È possibile che questo sia successo nel caso di Massagno? "I sentimenti hanno bisogno di essere continuamente rafforzati dai ruoli sociali - spiega ancora Bruno -,  quando questi vengono a mancare, come quando non si trova un'occupazione stabile o la si perde, quando mancano certezze come il salario, e magari in uno scenario economico difficile, subentra l'instabilità, lo smarrimento, la perdita dell'identità. La vita ti cambia da un giorno all'altro, tutto precipita in fretta senza poter controllare la situazione". La difficoltà di ricominciare, la fiducia in se stessi che viene a mancare. "Anche se - sottolinea Pascale - queste esplosioni di violenza non arrivano mai da sole, all'improvviso. Sono sempre frutto d'una elaborazione interiore, drammatica e tormentata. D i un qualcosa di irrisolto dentro l'individuo che lavora sottotraccia nell'inconscio, e alla fine scoppia liberando un groviglio di amore, vendetta, gelosia, passione e abbandono".
mspignesi@caffe.ch
12-02-2012 01:00
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