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La punizione
a scuola e in famiglia
VANNI CARATTO


Adesso le punizioni sono diventate "creative". Il nuovo confine della pedagogia, che accetta come valida la "sanzione" di un comportamento non corretto, propone anche di uscire dal solito schema "non esci la sera", "vai a letto presto, ecc.". Ovviamente di schiaffi e sculacciate, in teoria, neanche se ne deve parlare. I tempi in cui le bacchettate sulle mani e altre punizioni corporali erano all'ordine del giorno sono ormai lontani. Non a caso i fatti di Neuchâtel fanno notizia (vedi articolo a fianco), proprio perché non sono più così comuni.
"Pensiamo che ci siano risposte più culturalmente accettabili della punizione corporale, che rimane una reazione un po' banale e istintiva - spiega Davide Antognazza del Dipartimento formazione e apprendimento della Supsi -. A scuola ci sono regole da far rispettare, ma anche un sostegno pedagogico per gli insegnanti. Il comportamento violento dell'allievo non deve avere mai come risposta una reazione violenta, a meno di dovervi ricorrere per fermare una situazione pericolosa".
Più netto ancora il pensiero del pedagogo Giorgio Comi: "Ci sono due livelli diversi: uno verso l'autorità pubblica, cioè l'insegnante, e uno verso l'autorità parentale - spiega -. L'insegnante firma un contratto che prevede il divieto di qualsiasi punizione fisica o anche commento denigratorio o mortificante per l'allievo, al di là di come una persona possa sopportare le provocazioni. Bisogna quindi fare un lavoro con gli insegnanti con aiuti psicologici, perché comunque operano sempre più in situazioni di stress. Altra cosa sono i genitori: hanno un certo margine di discrezionalità che si può dire vari da Paese a Paese. La legislazione svedese, per esempio, mette i genitori in prigione o toglie la patria potestà se sollevano le mani sui figli".
"La violenza in sé, soprattutto da parte di un docente, non è mai giustificata, perché è sempre lo sfogo dell'adulto verso una persona più debole - spiega Francesca Bordoni Brooks, ex presidente della Conferenza cantonale dei genitori -. Da lì a giudicarlo, però, un atto punibile per legge ce ne corre. Diverso è il discorso tra genitori e figli: se è un atto ripetuto e continuo non è giustificato e non serve a nulla. Ma non nego che ci siano situazioni in cui effettivamente può essere anche utile lo scappellotto".
Tutta la questione ruota attorno al concetto "punitivo" ed "educativo": finché i due termini vanno di pari passo c'è la possibilità che quanto fatto possa avere un senso. Ma quando l'intento educativo si è perso per strada, allora ecco che si è sicuramente in una situazione di torto. "Il singolo gesto in una situazione particolare potrebbe avere anche risvolti positivi se serve a mettere un limite - sottolinea lo psicologo Pierre Kahn -. Oggi siamo davanti a ragazzi che non hanno più un controllo delle proprie emozioni e arrivano ad esasperare gli adulti, soprattutto le figure esterne alla famiglia come appunto gli insegnanti", .
"Il discorso sullo schiaffo al bambino è ancora terreno di dibattito - continua Comi -.  Uno dei princìpi guida è che bisogna dare spazio ai genitori per parlare, perché hanno bisogno di confrontarsi. C'è infatti tra genitori il dubbio  se questi comportamenti siano corretti. Sovente il genitore è solo ed esasperato, ha l'adolescente che 'misura' la sua sopportazione e sposta sempre i limiti. Quindi può scapparci lo schiaffo, anche la cinghiata, a volte. Il modo corretto è parlare con i genitori perché riescano ad 'anticipare' la situazione irreversibile, in cui si arriva al ceffone. Eppure non sempre con le parole si riesce a spiegare: una bambina di tre anni che si sta per scottare a volte può essere fermata solo con un gesto risoluto. Bisogna però gestire l'atto nel dopo, perché i genitori spesso si sentono in colpa".
Da mamma, Francesca Bordoni Brooks crede poco a questi "pentimenti" postumi dei genitori: "C'è una marea di genitori che non si sente in colpa o magari si sente in colpa solo quando ne parla con gli altri genitori - commenta -. Ma nel momento di esasperazione lo 'scappellotto' viene ancora considerato un rimedio efficace per risolvere una situazione difficile".
"Più che lo schiaffo credo siano utili le punizioni finalizzate ad un certo obiettivo - spiega Antognazza -. È facile dire 'non esci la sera' o 'vai a letto presto', ma è poco educativo, anche se serve come punizione di un atto sbagliato. Ecco allora che sta alla fantasia del genitore rendere la punizione più 'creativa': per esempio il ragazzo può aiutare la mamma a pulire in casa o buttare via la spazzatura, oppure andare a fare la spesa. In questo modo alla punizione si unisce un fine pedagogico".
"Questo discorso diventa più complicato nel mondo della scuola, soprattutto alle  medie, dove oggi abbiamo ragazzi che si permettono di picchiare un docente - conclude Kahn. È chiaro che qui c'è una mancanza a monte, soprattutto nell'educazione della famiglia" .
v.car.
19-02-2012 01:00
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