Diario
L'esistenza triste
di Whitney Houston
GIUSEPPE ZOIS
Aveva confessato che "l'equilibrio tra passione e ragione era la chiave della sua musica". Allora stava bene Withney Huston, aveva tutto: una voce portentosa, un fisico da urlo, una carriera travolgente. Era famosissima, ogni album un missile verso il successo. Formula magica per un lungo posto fisso tra le stelle, produzione da industria. Che cosa può incepparsi di colpo in una storia che ha tutto il necessario per apparire una fiaba moderna? Forse è vero ciò che gli psichiatri spiegano in casi simili: il cervello ad un certo punto ti presenta il conto e si comincia a sbiellare. Destino inevitabile di esistenze da "borderline".
z C'È UNA DATA che fissa il superamento dell'argine in cui scorreva invidiata e controllata la vita della stella ed è il 1992. La Huston aveva 29 anni e dopo amori mordi e fuggi, la fidanzatissima d'America (e del mondo dove la sua immagine arrivava) si sposò con il ragazzaccio Bobby Brown. L'inizio e la causa della sua fine. Dal paradiso all'inferno con vani tentativi di ritorno. Lei superstar praticamente inarrivabile, lui mediocre, roso dal tarlo dell'invidia, con precedenti penali e sconfinamenti nella droga. Un amore sbagliato può trascinare in un abisso. Il copione qui è il solito, con affollato cast di interpreti finiti tragicamente: bicchiere, coca, crack, psicofarmaci, un cocktail micidiale che devasta tutto, la vita, chi ti sta accanto, la figlia Bobbi Kristina oggi diciottenne, le folle che andavano in delirio e che vedono il malinconico crepuscolo del loro idolo.
z LA REGINA TRISTE, venuta dal New Jersey, aveva bisogno di vicinanza, chiedeva calore. Nel deserto che vedeva crescere attorno a sé, la cantante-attrice era arrivata a mendicare applausi per sentirsi ancora protagonista. Viveva nella vita ciò che aveva interpretato sul set, in "The Bodyguard", quando vagolava spaesata e trovò l'affetto sognato in una guardia del corpo. Chissà se nell'altra sua pellicola, "Uno sguardo dal cielo", Withney era presaga della sua sorte. Forse tutte queste rondini di brevi primavere garriscono in cerca di ciò che nessuna ribalta, nessun oceano di applausi può dare.
z COME WITHNEY se ne sono andate Amy Winehouse, Mia Martini, Dalida... tutte vittime del mal di vivere. I monumenti del rimpianto, prontamente innalzati da artisti e amici delle ore trionfali, poi eclissatisi, puzzano di rituale e retorico. Abbiamo fatto un sacco di conquiste ma abbiamo perso l'umanità. All'usignolo infelice hanno spezzato le ali. Dicono che gli angeli volano a raccogliere le lacrime degli sconfitti dalla vita e, portandole in alto, le trasformano in brillanti.
19-02-2012 01:00