La crisi di Lugano secondo uno studio del Credit Suisse
Senza shopping
muore il centro città
MAURO SPIGNESI
Alle sei di sera quando s'abbassano le serrande suona il silenzio. E il centro città chiude insieme ai negozi. Qualche bar resta aperto, certo. Ma non basta. Come non bastano i guizzi, pur belli e godibili, di qualche evento particolare. Senza luci, vetrine, shopping, il gradimento crolla e l'indice d'attrattività di Lugano, che misura anche il grado di competitività sul mercato - e non è un dono di natura ma va costruito nel tempo- scivola al punto più basso fra quelli delle dieci città più importanti della Svizzera. A far pendere la bilancia in negativo la densità e l'estensione geografica del centro, l'offerta di servizi complementari, il mix settoriale delle marche, un giusto equilibrio tra generi, l'accessibilità in auto o piedi e gli orari. A Lugano, ad esempio, si tiene aperto molto meno che in altre grandi città. Il dato emerge dall'ultimo "Retail Outlook 2012", studio messo a punto dal Credit Suisse con la società di consulenza Fuhrer & Hotz, che evidenzia un limite strutturale di Lugano legato alla mancanza di vivacità (insufficienti iniziative culturali e di spettacolo capaci di scatenare un effetto calamita), rispetto ad altre realtà, insieme ad una scarsa articolazione dell'offerta commerciale e all'assenza di negozi particolari, oltre che un'offerta di posteggi nettamente superiori all'offerta commerciale. Un identikit impietoso che i negozianti contestano. Eppure i numeri parlano chiaro. La ricerca parte da una considerazione: i centri cittadini sono i più importanti luoghi del commercio. Non solo: "Molti acquirenti - spiegano i ricercatori - collegano i loro acquisti in centro con la partecipazione ad un evento culturale o la visita a un ristorante". E se questi opportunità mancano, l'attrattività risulta debole.
Nelle dieci città svizzere esaminate dallo studio si concentrano 35.800 addetti e 5.400 negozi. Una realtà attraversata da una tumultuosa trasformazione: in dieci anni, dal 1998 al 2008, in questi centri cittadini ha chiuso un negozio su dieci. Un po' per una questione generazionale, un po' perché i tempi sono cambiati e i vecchi proprietari non sono riusciti a cambiare insieme ai gusti dei clienti, e un po' perché ormai i centri città sono cari e solo le grandi catene commerciali riescono a pagare affitti molto alti. I piccoli negozi, insomma, non tengono il passo. Un particolare, per capire: sette panifici-pasticcerie su dieci, in media, appartengono a catene della grande distribuzione.
Lugano, nella classifica del Credit Suisse del mix settoriale, con poco più di 300 negozi e quasi duemila addetti si piazza al terzultimo posto, dietro ha solo Winterthur e Bienne. Sta invece a metà per un'altra voce dello studio: l'accessibilità pedonale, in un raggio di 200 metri si possono raggiungere 67 negozi (al primo posto c'è Berna con 110). Ma dove il centro di Lugano perde posizioni è l'orario d'apertura medio dei negozi: soltanto Losanna è più in basso. Winterthur, Bienne, San Gallo, per non parlare di Zurigo e Basilea, tengono le serrande alzate per molte più ore. I ricercatori del CS, infine, indicano delle strade da seguire. A cominciare dall'estensione del centro naturale, con una maggiore "pedonalizzazione". E questo perché altre parti della città risultano più dispersive e i centri commerciali in periferia, pur con vantaggiose possibilità di parcheggio, non hanno il fascino e la storia dei centri storici. Che con lo shopping sono la loro grande forza.mspignesi@caffe.ch
19-02-2012 01:00