Fogli in libertà
Immagini articolo
Un libro non s'acquista
per beneficienza
RENATO MARTINONI


Si parla ogni anno del numero esorbitante di libri che vengono pubblicati, da noi e in tutto il mondo. Scrivere è bello, e spesso è anche liberatorio. C'è chi riesce ad aprire sé stesso, e a districare groppi e traumi. Anche se molti testi che così nascono rimangono nei cassetti. Li si conosce il più delle volte, senza sapere il nome del loro autore, nei concorsi letterari per opere inedite. È impressionante vedere quanti ne arrivano, perché le giurie li leggano, e quanto spesso questi scritti parlano di vite vissute, di dolori profondi, di speranze bruciate. A volte poi, ed è festa in terza per l'autore, si passa dal manoscritto alla stampa. Ma un vero libro nasce soltanto quando va in mano al lettore e quando comincia a dialogare con lui. Purtroppo soltanto una parte dei volumi stampati viene effettivamente venduta: e non pochi libri acquistati restano oziosi sul tavolo. Sappiamo che a decidere sulla fortuna di un libro non è sempre il suo valore "letterario": ma il fatto che un editore che conta punti su di esso. O che compaia alla televisione. O che il suo autore sia noto per altri motivi: ha fatto un "reality" o si trova magari dietro le sbarre per qualche allegra malefatta. In realtà, in questi casi, a contare non è tanto cosa il lettore potrà imparare scorrendo le pagine, ma la curiosità di scavare tra le pieghe del "gossip". Da qualche tempo in qua si sono aperte due nuove strade per "vendere" libri (parlo ora di romanzi): infilarci un commissario, che dovrà cavarsela fra morti assassinati e sopravvissuti; oppure fare sapere urbi et orbi che il ricavato delle vendite sarà devoluto in beneficienza (magari deducendo le spese di stampa, che non sono mai poche). Intorno alla prima scelta non c'è nulla da dire: la tradizione dei "detectives" è oramai vecchiotta ma sembra non ingiallire. A me la seconda piace ancora meno. È vero che la beneficienza, come tutte le forme di aiuto umanitario, è lodevolissima. E ogni cittadino degno di questo nome dovrebbe impegnarsi a farla: solo così si possono sostenere le tante persone che, da noi o in paesi lontani, hanno bisogno quotidiano di chi li aiuti a sopravvivere e magari anche a vivere in modo dignitoso. Ma anche i libri devono essere rispettati. Se vengono venduti, dev'essere perché - per un motivo o per l'altro (ma per un motivo che sta al loro interno) - interessano ai lettori. Se non vengono venduti sarà perché, per ragioni di qualità o per ingiustizia (quanto grandi scrittori sono stati scoperti dopo la loro morte?), non intrigano nessuno. Scegliere la via della beneficienza è sbagliare due volte: nei confronti del libro e anche dello spirito di generosità che ci dovrebbe indurre a devolvere sì gli eventuali proventi delle vendite, ma senza mettere troppi megafoni davanti alla bocca della buona azione. Comprare un libro soltanto per carità non è necessariamente un bene. Ci sono mille modi, e molto migliori, per farla, la carità. E anche per comprare un libro.
19-02-2012 01:00
Archivio
di 0
Ultim'ora
dall'
Amministrazione
dalla
Polizia
Ultim'ora