Come ci vedono svizzero tedeschi e romandi
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"È un Sud lamentoso,
sempre più egocentrico"
SIMONETTA CARATTI, DA SAN GALLO


Alza le sopraciglia visibilmente sorpreso, il tono della voce suona quasi paterno: "Quando il Ticino chiede, spesso riceve, non direi proprio che siete dimenticati da Berna. Anzi, semmai è il contrario". Nel suo team, ci sono due ticinesi su sedici. Lo sottolinea con orgoglio Mister prezzi che ogni giorno ascolta le lamentele di cittadini, poi decide se e come intervenire. Stephan Meierhans è un alto funzionario federale, viene da San Gallo, conosce bene i problemi di chi vive a ridosso della frontiera: "La Svizzera è composta da tanti Sonderfall, non solo quello ticinese".    
Inizia da Berna, dai gangli di quell'amministrazione che il Ticino vorrebbe più rossa e blu, il viaggio del Caffé tra industriali, politici, funzionari e università di quattro città svizzere per capire se è vero che i centri di potere elvetici snobbano il sud della Svizzera. Lo  hanno ribadito in questi giorni i Verdi, che chiedono uno statuto speciale per il Ticino  alle prese con pendolari della delinquenza su una linea di frontiera meno sorvegliata. Lo sottolinea la Lega che da vent'anni cavalca con successo questo tema. Varcato il San Gottardo la percezione cambia. Il Ticino, seppur  particolare per la sua posizione di confine, cultura, sicurezza ed economia a rilento, non è l'unica regione svantaggiata a tal punto da giustificare aiuti da Berna. I tempi del federalismo spinto sembrano sulla via del tramonto. Da Zurigo ci rimproverano: "Siete poco dinamici, avete fatto passi indietro".  Irritati i romandi dal vittimismo ticinese: "Siete egocentrici. Vi lamentate sempre. Siamo in 26, ma i vostri problemi devono sempre avere la priorità".  Ma se i piccoli non puntano i piedi, e fanno la voce grossa, nessuno li ascolta, viene da obiettare. Confermano da Basilea: "Fate bene a urlare, altrimenti vi dimenticano".  Pareri contrastanti su un Ticino che si appresta a cambiare il volto del suo governo, e vede crescere i consensi per il movimento di Bignasca che più di una volta ha definito la capitale "Berna ladrona". Che prende e non dà a sufficienza, che non considera abbastanza il "Sonderfall" Ticino. Un Cantone che nella contabilità con la Confederazione porta a casa oltre 600 milioni di franchi di entrate. Numeri che smontano le tesi della Lega, ma non i malumori o timori per la delinquenza transfrontaliera, per l'incognita della chiusura del tunnel del Gottardo, per ora rimandata,  che alimenta il senso di abbandono. Ma quanto è vero questo isolamento?  
"A Berna avete politici competenti, sono ascoltati e difendono gli interessi della Svizzera italiana", dice la giovane bernese Christa Markwalder. E' deputata plr al Nazionale dal 2003, giurista, ha colto da tempo i malumori di un Ticino eurosciettico: "Siete sulla difensiva sul tema dell'Europa, sarà per la vicinanza con l'Italia: è giusto prendere sul serio le vostre rivendicazioni". Lamentele talvolta legittime, ma che infastidiscono chi comanda, ribattono dalla produttiva Zurigo: "Siete il nostro paradiso al Sud. Ma economicamente marciate sul posto, la piazza finanziaria, le sue difficoltà con l'Italia ...tutto mostra un contesto statico, anzi forse c'è stato qualche passo indietro", dice Hannes Britschi, opinionista politico del gruppo editoriale Ringier di Zurigo dove ha diretto il domenicale Sonntagsblick. "Condivido la tenacia nel chiedere più visibilità. A volte è snervante, ma è giusto che una minoranza porti avanti le sue rivendicazioni".
Se a Zurigo i lamenti del Ticino fanno saltare i nervi, a Basilea, l'altro polo industriale forte della Svizzera, c'è chi la pensa diversamente: "Anche noi ci sentiamo lontani da Berna, dobbiamo alzare la voce per farci ascoltare, ma il Ticino si è mosso meglio. Ha avuto 7 consiglieri federali, Basilea solo due. Ora avete anche un delegato che fa lobby a Palazzo". A parlare è Peter Malama, consigliere nazionale plr, è l'uomo  forte delle piccole e medie industrie a Basilea, un cantone di frontiera, fuori dall'asse Berna-Zurigo:  "Ogni giorno ci chiediamo come rimanere concorrenziali, come non perdere terreno rispetto a Francia e Germania, ad esempio per lo shopping, con l'euro così debole. Dobbiamo essere dinamici per forza. Abbiamo gli stessi problemi del Ticino che mi sembra li stia gestendo bene".  
Vive anche lui a Basilea, ma la sua prospettiva è diversa: "Le rivendicazioni del Ticino sono un ritornello che annoia, se ci sono problemi reagite. Alcuni hanno l'impressione che a Sud si approfitti del federalismo", dice il giornalista Drs Erick Facon. Modera una trasmissione sulle tre regioni linguistiche e conosce la Lega dei ticinesi: "Bignasca non sembrava un personaggio serio, ha stupito il suo successo, canalizza un'aggressività che fatico a capire, ma forse sottovaluto dei problemi, come i rapporti non felici con l'Italia", conclude.
Anche qualche chilometro più a sud ovest, verso Friburgo, il successo del fenoneno Lega e il vittimismo ticinese non passano inosservati, ma la chiave di lettura è diversa: "Anni fa la Lega sembava folcloristica, oggi rientra nel calderone dell'Udc, sembra un' antenna dei democentristi", dice Prisca Fischer già giudice istruttore federale. La giurista vive a Morat, sulla linea del Röstigraben, la frontiera delle lingue, dove francofoni e germanofoni convivono, anche se con differenti opinioni su temi come l'Europa e gli stranieri. Chi, come lei, ha lavorato per la Confederazione stenta a capire certi atteggiamenti:  "Quando il Ticino ha un problema fa quello che non è ascoltato da Berna, i cantoni sono 26, tutti vogliono attenzione. E a Sud ne ricevete parecchie", conclude. Una visione condivisa anche dal presidente cantonale dell'Udc, la friburghese Demont Gilberte, da 13 anni in politica, già coordinatrice nazionale del partito. Seppur con molto tatto, dice che ogni cantone deve lottare per essere più dinamico, non aspettarsi protezione da mamma Confederazione:  "Siamo per la responsabilizzazione, non per l'aiuto statale, ognuno deve sbrogliarsela più o meno da solo. Il Ticino necessita forse un'attenzione particolare per i suoi problemi alle frontiere, ma questo non significa soldi, e ancora soldi. Piuttosto leggi facilmente applicabili per difendere il mercato".    
La democentrista non nasconde che tra Ticino e Romandia da tempo c'è più distanza, anche ideologica. E non è la sola. "Su temi come l'Europa, gli stranieri... la maggioranza dei romandi ha un approccio più aperto rispetto al Ticino; questo non rafforza di certo la solidarietà tra i cantoni latini", spiega lo storico Urs Altermatt.
Fratture, irritazione verso un Cantone che sembra già oggi godere di speciali attenzioni come, ad esempio, i 245 milioni di franchi versati per la Rsi (con mille posti) che ne produce al massimo 6, tra proventi commerciali e canone. Aiuti "speciali" per un Ticino "speciale", che riceve risorse che altri cantoni si sognano. E a Berna le porte sono comunque aperte. "Non ci sono molti italofoni nell'amministrazione, chi lavora qui deve parlare, o almeno capire, le lingue nazionali. Dovrebbe essere una priorità per l'amministrazione federale", dice Mister prezzi che ribadisce il suo interesse per il Ticino: "I vostri ministri sono attivi, li vedo spesso a Berna. Io sono intervenuto su diversi Comuni per i prezzi dei rifiuti e per dei ritocchi alle tariffe ospedaliere". scaratti@caffe.ch
06-03-2011 01:00
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