Le opinioni di due esperti svizzeri
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"Le nostre centrali
avrebbero retto"
VANNI CARATTO


"Ci troviamo su un livello di rischio molto diverso dal Giappone e dalla California, un'altra zona sensibile per quanto riguarda i terremoti". Silvio Seno, direttore dell'Istituto Scienze della terra alla Supsi fa un confronto tra la situazione di sicurezza delle centrali nucleari svizzere e quelle giapponesi. "La sismicità della Svizzera presenta un rischio, a seconda delle zone, da medio a basso. Le zone più sismiche sono il Vallese e Basilea (ha avuto un terremoto di forte intensità nel 1356), comunque sempre a livelli molto inferiori a quella giapponese. Qualche rischio lo presentano i Grigioni, mentre il Ticino ha una sismicità molto bassa".
Senza dover guardare dall'altra parte del mondo, anche rispetto alla vicina Italia la situazione è molto diversa: "L'Italia ha una pericolosità  sismica di rilievo lungo la catena dell'Appennino", continua Seno. "Inoltre la Calabria, la Sicilia e la Campania presentano zone altamente sismiche. Non c'è tuttavia nessuna correlazione alla situazione svizzera, nonostante la vicinanza geografica".
Se il rischio sismico non è elevato, in ogni caso gli standard di sicurezza delle nostre centrali sono all'avanguardia: "Lo studio della sicurezza nelle centrali svizzere è uno dei più avanzati al mondo", afferma Domenico Giardini, direttore del Servizio sismico svizzero e docente della cattedra di sismologia e geodinamica al Politecnico federale di Zurigo. "Nonostante il rischio sismico abbia valori molto diversi da noi rispetto al Giappone è pur sempre la scossa tellurica a rappresentare il maggiore rischio nella valutazione della sicurezza di una centrale. Gli impianti svizzeri sono progettati per poter reggere a una scossa del tipo che si è verificato in Giappone, come prevedono standard internazionali di sicurezza".
Le centrali giapponesi in cui si è verificato l'incidente scontano anche il fatto di avere una  concezione di progettazione più datata: la parte centrale del nocciolo ha infatti retto alla scossa sismica, ma tutti i sistemi ausiliari - compreso il raffreddamento - hanno presentato limiti.
"Si può dire che il parametro della sicurezza sia stato sottovalutato. Centrali di quel tipo non potrebbero essere più costruite così neanche in Giappone. Hanno una tecnologia ormai vecchia", continua Giardini.
La situazione invece è sotto controllo per quanto riguarda i nostri impianti. "La legge federale prevede approfondite revisioni degli impianti ogni dieci anni, che diventano fondamentali per il rilascio dell'autorizzazione alla prosecuzione dell'esercizio".
Per i giapponesi c'è poi un rischio ulteriore che l'ultimo terremoto ha evidenziato in tutta la sua chiarezza: l'impossibilità di diversificare le fonti di energia. "Con la chiusura di 10 reattori con questo incidente e altri dieci che erano stati fermati gli anni scorsi il Giappone va incontro a un deficit energetico difficilmente colmabile", spiega Giardini. "È probabile che nei prossimi mesi ci possano essere black out energetici, anche a Tokyo".
v.car.
13-03-2011 01:00
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