L'editoriale
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Inopportunità e legalità
tra pubblico e privato
LILLO ALAIMO


C'è una zona grigia al confine tra legalità e opportunità che è lasciata alla coscienza dei singoli. Ed è lì che si se ne stanno, mischiate fra loro, le inopportunità. Basta un niente per oltrepassare quelle linee. Un attimo di disattenzione morale e il danno è fatto. Col rischio di sconfinare nell'illegalità senza nemmeno accorgersene.
A questi ragionamenti ci spingono alcuni fatti della settimana.
1) La Sezione logistica del Cantone, a cui è affidata l'edilizia pubblica, è finita nell'occhio del ciclone per alcuni metodi di lavoro discutibili. 2) L'incriminazione negli Usa della Banca Wegelin, accusata di aver accolto sotto la propria ala quei clienti americani in cerca di evasione fiscale dopo esser stati respinti da Ubs, ormai scottata dalle autorità statunitensi. 3) E, infine, la storia di quell'ex ricercatrice dell'Istituto di ricerca biomedica di Bellinzona, che chiede quasi un milione per aver partecipato allo studio di un antivirale, venduto e successivamente rivenduto per milioni di dollari.

1)Per anni l’Amministrazione cantonale e la politica - cui spetta la supervisione sull’organizzazione, l’efficienza e la correttezza della macchina statale – ha tollerato o, quantomeno, non ha verificato adeguatamente i metodi di lavoro all’interno della Sezione logistica. Le leggi sono state applicate con leggerezza; di molti appalti si sono fatti degli spezzatini, frazionando le commesse così da evitare le pubbliche procedure di appalto e assegnare direttamente i lavori. Motivo ufficiale? Semplificare e accelerare le procedure.
Incredibile! Inaudito come si possa pensare (e accettare) di cortocircuitare delle regole di lavoro, che rispondono a principi di legalità e trasparenza, “solo” per evitare lungaggini burocratiche.
Da anni si parla di una certa nebulosità all’interno della Sezione logistica, ma mai si è deciso di intervenire con decisione per mettere in cantiere una riforma strutturale. Un atteggiamento colpevole, che a questo punto può giustificare ogni dubbio e sospetto sulle motivazioni ufficiali date per spiegare quanto è accaduto. Così facendo, ovvero tentennando per troppo tempo, amministrazione statale e politica si sono tirati la zappa sui piedi. Perché è indubbio che all’interno della “Logistica” ci si sia maldestramente mossi in una zona grigia, quella tra legalità e inopportunità. E bene farebbe oggi il ministro Sadis, cui competono quegli uffici, a dare al caso massima trasparenza, invece di trincerarsi dietro il silenzio, come ha fatto ieri e ieri l’altro con il Caffè.

2) Dopo le scorrerie di Ubs negli Stati Uniti, costate alla Svizzera miliardi di denaro pubblico e  tonnellate di credibilità, ora ci hanno pensato i banchieri della piccola Wegelin a peggiorare le cose. E loro non si sono mossi solo al confine tra l’inopportunità e le leggi. Hanno sconfinato. “Distratti” da quegli americani che volevano nascondere il proprio denaro al fisco statunitense, hanno messo almeno un piede oltre il confine della legalità. Non per nulla sono stati incriminati ufficialmente, compromettendo gli sforzi di accordo fra Svizzera e Usa sulla collaborazione in materia di fiscalità. E non è solo la Wegelin ad essersi aggirata maldestramente in quella zona grigia facendo passi inopportuni.  Sono dieci gli istituti di credito elvetici, tra i quali Credit Suisse,  attualmente indagati negli Usa.
Che dire!? I famelici banchieri non hanno perso il vizio ed ora, come fu per Ubs, si tentano strenue difese accusando gli Usa (ma non solo) di avere un grande bisogno di denaro e di andare alla ricerca in ogni modo di risorse. Il che è vero, ma è pure legittimo per ogni Stato combattere i propri evasori fiscali e i loro complici.

3) E infine, il caso dell’Irb di Bellinzona, l’Istituto di ricerche biomediche. Un gioiellino. Non entriamo nelle pieghe della vicenda, nei dettagli, per altro sconosciuti ai più, delle richieste dell’ex ricercatrice che oggi chiede le venga riconosciuto in modo congruo il proprio lavoro.  Si sa che l’Irb ha venduto quel brevetto sull’antivirale ad una società americana, Humabs, che opera in Svizzera con una holding a Zugo e a Bellinzona. L’Irb ha venduto per un milione di dollari, ma Humabs ha rivenduto a Novartis per 10 milioni. Da qui la richiesta dell’ex ricercatrice che domanda un compenso proporzionato (circa 1 milione di dollari). Ma nella tela di fondo di questa vicenda, che non è privata perchè l’Irb beneficia di contributi pubblici, si intreccia un’inopportunità. Antonio Lanzavecchia, direttore dell’Irb, per sua stessa ammissione è azionista di minoranza di Humabs, essendone pure, come dicono le cronache di questi giorni, cofondatore e consulente scientifico.
Ora, nonostante Lanzavecchia abbia spiegato che “in qualità di consulente scientifico di Humabs” non partecipa a trattative commerciali né percepisce remunerazioni, la sua presenza nell’azionariato di Humabs è inopportuna. Prova ne sia quanto sta accadendo. Anche perché è legittimo chiedersi se c’è e (se c’è) qual è il tornaconto di Lanzavecchia in veste di azionista di Humabs.
Eccola quella zona grigia tra legalità e (in)opportunità, eccoli quei sentieri tortuosi che al buio possono far mettere un piede in fallo. Basta una distrazione. E allora è la morale, una fastidiosa spina nel fianco di ognuno, a destarci dal torpore e a renderci vigili. alaimo@caffe.ch
05-02-2012 01:00
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