Società
Basta un pallone
e il mondo rotola
Bastava uno spiazzo, qualunque cosa a delimitare le porte ed una palla per trasformarlo nel divertimento, nel piacere più a portata di mano per chiunque. Il gioco del calcio, allo stato puro è questo, e non c'è bambino che sappia resistere al richiamo di una palla che rimbalza. L'amicizia, anche con bambini provenienti da un altro Paese, in quei campetti improvvisati non è virtuale come nei social network, e il messaggio non è un "post", ma il più immediato e diretto: vuoi giocare con noi?
Quel vuoi giocare con noi raccontato da Achille e da Gol, storie che hanno segnato il riscatto individuale e sociale. Achille, è il protagonista de "Il gioco del mondo", romanzo fresco di stampa scritto da Sergej Roic, ticinese di origine croata. Il giovane capisce che il mondo rotola, appunto, come una palla e bisogna dargli un calcio per iniziare il gioco. Mentre Gol, ne "In porta c'ero io!" - scritto dallo svizzero Pedro Lenz che si è aggiudicato il premio Schiller 2011 - è un giovane ex tossicodipendente da poco uscito di galera.
Eppure, stiamo facendo di tutto per rovinare il calcio, un piacere così di massa, così popolare, trasformandolo in una delle tante attività fisiche da programmare per i nostri figli incastonandola tra le lezioni di piano, di nuoto o ippica. Insomma, tutto quanto c'è di istintivo, spontaneo in un gioco che a livello amatoriale non avrebbe neanche l'esigenza di definirsi sport, rischia di essere cancellato. Nessun pericolo d'estinzione, intendiamoci, visto che nel piccolo Ticino figurano oltre 130 società calcistiche e migliaia di tesserati, ma quello che non bisogna correre è il rischio di perdere il piacere "puro" del calcio; quello inventato nel cortile, nel parcheggio, sul prato di fianco a casa quando c'è o, male che vada, sull'asfalto della strada di fronte.
E non occorrono scarpine griffate, completini originali del campione (a colpi di centinaia di franchi) per emulare le stelle del football. E basta pensare al giovanissimo Xherdan Shaqiri, d'origini kosovare ma rossocrociato da essere un punto fermo della Nazionale, che proprio pochi giorni fa è passato dal Basilea al Bayern. Una quindicina di milioni il prezzo del suo cartellino, ma quello che non ha avuto prezzo per Xherdan è la consapevolezza che il gioco più bello del mondo lui l'ha imparato sgambettando per i prati spelacchiati di Gjilan prima di passare, a soli otto anni, per la trafila delle giovanili svizzere del Sv August.
Il gioco del calcio, anche quando diventa "grande" e condizionato dalle regole dello show-business, non può che avere inizio lì, in uno spiazzo, qualunque cosa a delimitare le porte ed una palla. E poco importa se il campo è una spiaggia e i pali quattro stracci, come è capitatao e continua a capitare ai campioni brasiliani. O un arido pezzo di savana circondati da tanti altri a torso nudo, come avviene in quell'enorme serbatoio di talenti naturali che si è rivelato il continente africano. E non è il caso di riscrivere pagine del libro Cuore per ricordare che il più democratico e proletario degli sport continua a costituire un insostituibile elemento di aggregazione sociale, di affermazione e riscatto - perchè no? - dall'emarginazione.
erocchi@caffe.ch
19-02-2012 01:00